Saturday, May 14, 2016

Adam and Evan

"Adam?" Vladimir si girò attratto dallo strano accento e non perché pensasse che qualcuno si stesse rivolgendo a lui.
"Adam, is that you?" 
"What?"
"It's Evan Appelbaum. Podgorica '99"

Erano in effetti anni che non si chiamava più Adam, ma sentir rammentare il Montenegro fece fatica a non sgranare gli occhi mentre la sua mente andava indietro nel tempo. "Evan", disse quasi sottovoce, e fissandolo negli occhi. "Evan, what the hell are you doing here? How've you been? I thought…" Già, pensava che fosse morto. Ucciso in un carcere della Serbia meridionale dopo che la polizia montenegrina l'aveva venduto a Belgrado a seguito di una retata in discoteca.

Anche Evan Appelbaum non si chiamava più così da molto tempo e no, non era morto quella notte di primavera a Podgorica. Dopo l'ennesima curva presa allegramente dal cellulare puzzolente dove lo avevano rinchiuso era riuscito a scappare dalla pattuglia di poliziotti che lo stava portando in caserma per arrestarlo per "comportamento immorale". I suoi carcerieri erano quattro panzoni mezzi ubriachi e solo uno aveva la pistola. Mentre la camionetta scassata era ferma a un semaforo rosso che non finiva mai, con una spallata aprì le porte posteriori e s'infilò in un vicolo per poi scomparire a casa di amici. Evan aveva sempre molti amici e tutti sempre pronti ad aiutarlo “no questions asked”. 

"I'm so glad to see you" e abbracciò Vladimir con uno di quegli abbracci da uomo vero, da rugbista neozelandese quale Evan diceva d'esser stato prima di diventare giornalista. Sicuramente era neozelandese, rugbista forse - non aveva un fisico imponente ma era alto e ben piazzato - ma sicuramente giornalista no. anche Adam non era il giornalista che in quei giorni diceva d'essere, ma nessun straniero è mai quel che dice d'esser in un posto di guerra o ai confini di un conflitto.

A dir la verità la guerra nella ex-Jugoslava non era mai arrivata in Montenegro e per questo la capitale era diventata un posto per rest-and-recreation - RnR in gergo - un po' per tutti. In effetti erano in molti a riposarsi nella capitale montenegrina dalle fatiche della guerra che in quegli anni era ormai arrivata fino in Kosovo. Ma anche la recreation non mancava. Specialmente la notte nelle decine di balere galleggianti sul fiume Morazza dove scorrevano fiumi di birra e i montenegrini cantavano le loro melodie mediorentaleggianti fino all'alba. Evan era poco più alto di Igor, intorno al metro e ottantacinque, ma dovunque andassero erano sempre i più bassi tra gli uomini e alti appena come le donne.

"What brings you here?" domandò Vladimir un po' imbarazzato dal volume alto della voce di Evan. 
"You'll never believe it" disse Evan abbassando la voce e non perché si fosse reso conto che all'amico desse noia esser in compagnia di qualcuno che eccedesse nell'entusiasmo dell'incontro. 
"It's you I'm here for".
Vladimir lo guardò aprendo gli occhi e fissandolo, piegò leggermente la testa come a chiedere minacciosamente "ma che stai dicendo?". 
"Yes, you."
"Cut the crap, Evan…"
"How could I lie to you. Why would I?"
"OK, shoot!"

Da quella notte di quindici anni fa, Evan aveva cambiato anche lui molte identità e zone d'azione tra i Balcani e l'Afghanistan. Confessò d'aver incrociato Vladimir più volte senza mai essersi avvicinato troppo o renderlo consapevole della sua presenza in alcun modo. L'aveva spiato. Si, Vladimir era sotto stretta osservazione di tutti gli alleati. Aveva girato troppo, aveva incontrato troppe persone, e molte di queste erano poi morte. Aveva visto molte cose, scoperto troppi intrighi, aveva concorso a tessere troppe trame. "Sapeva troppo". Andava controllato che quel sapere non fosse condiviso col nemico. O con dei falsi amici. 

Evan gli era stato assegnato come guardiano di quel sapere col mandato di agire velocemente nel caso Vladimir avesse ceduto. Evan era stato assegnato a quel compito in virtù dell'amicizia tra i due che era stata comunicata al quartier generale. Se si fossero dovuti ritrovare nello stesso luogo "per caso", Vladimir avrebbe immediatamente riconosciuto l'amico e collega e non si sarebbe meravigliato della coincidenza - proprio come non si era meravigliato in occasione di tutti gli incontri fortuiti, anche se quelli erano veramente casuali, che li avevano fatti diventare amici nei Balcani. Evan non si chiamava più Evan adesso, ma Miroslav Yablaievich, Miro per gli amici e Vladimir era un amico. 

"Wow" sospirò Vladimir col sangue che gli era salito alla testa. 
"Yes, wow. Sorry mate". Miro bisbigliò abbassando il campo. 
"Mate my ass! What the fuck does this mean?!?" sibilò Vladimir che non ci stava capendo nulla.

Se per tutti questi anni Miro l'aveva tenuto sotto controllo senza mai farglielo capire, anche in zone dove entrambi erano in costante pericolo di vita, perché proprio adesso gli svelatva questo segreto? Adesso che finalmente erano in un paese in pace?

"I couldn't take it any longer. I needed to tell you. I'm really very sorry". Disse Miro guardando i piedi di Vladimir.

"Carry on" disse Vladimir senza guardarlo negli occhi pronto a prenderlo a pugni anticipando pessime notizie.

Miro gli raccontò di quella volta a Chisinau nei primi anni 2000 nel centro commerciale dove avrebbe dovuto incontrare qualcuno che veniva dalla Transnistria e di come non ci fosse nulla da mangiare. Miro s'era accorto che al bar dove gli era stato dato appuntamento nel giro di poche ore erano cambiati tutti i dipendenti e anche il cibo era stato sostituito. Miro lo aveva fatto comprare tutto da due suoi uomini per sicurezza, perché pensava che fosse drogato. E infatti lo era. Di quelli della transnistria non ci si poteva fidare, neanche in campo neutro, e la capitale Moldava non era propriamente campo neutro. Vladimir era odiato dai russi fin dai tempi di Sarajevo, quando collaborava con Radio B92 di Belgrado per far arrivare in Europa notizie e informazioni di tutti i tipi sul conflitto jugoslavo. Avrebbero pagato una bella somma per averlo. E una grave intossicazione alimentare in un "centro commerciale" di Chisinau, cosa di per sé plausibilissima, andava urgentemente curata all'estero. 

Gli disse anche di quella volta a Kabul, al mercato centrale dove Vladimir era andato per farsi cucire una shawal kameez su misura per camuffarsi meglio in città dopo i mesi passati a est del paese, e il suo sarto aveva chiuso il giorno prima per un lutto famigliare. Miro aveva scoperto che il sarto l'aveva venduto ai Talebani che lo avrebbero fatto sparire nell'Helmand a dorso di cammello. Dovettero avvelenare una zia del sarto.

Miro gli raccontò anche di quella notte a Podgorica il giorno prima del suo arresto.
"What the hell are you talking about?!"
Sí anche quella notte passata insieme in Montenegro, disse Miro, non era frutto di un drunk sex ma della necessità di non farlo uscire quella sera perché alla houseboat dove erano stati invitati per un compleanno ci sarebbe stata un violenta rissa tra montenegrini e albanesi. Rissa che si sarebbe conclusa con un morto. Lui.

"You make me sick" disse Vladimir che non sapeva se fosse più difficile trattenere le lacrime o pugni.
"I'm sorry". 
Vladimir non aveva dubbi sulle donne, come non ne aveva Miro. Ma quella notte, forse dopo qualche birra di troppo e uno spinello in più del solito, erano rimasti nello stesso letto fino all'alba. In quelle settimane erano sempre insieme e affrontavano quotidianamente i pericoli più disparati per raccogliere informazioni dal fronte facendosi forza l'un l'altro. Per quanto non ci fosse la guerra in Montenegro, dappertutto c'erano agenti e spie che si riposavano e che cercavano di capire, studiandosi a distanza, cos'altro stessero facendo gli avversari e gli amici. Una tesa cordialità caratterizzava la città. 

Nell'estate del 1998, mentre a Roma si teneva la conferenza diplomatica che avrebbe adottato lo Statuto della Corte penale internazionale, in Kosovo si sparava contro i civili. La ex Jugoslavia era stata sospesa dalle Nazioni unite e messa sotto tutela della giurisdizione del Tribunale ad hoc dell'Aia. Belgrado aveva lanciato una campagna, l'ennesima, contro i cosiddetti “terroristi” kosovari.  Solo che quei terroristi erano organizzati in un esercito vero e proprio, il Kosovo Liberation Army, o UCK in albanese, che veniva armato dalla diaspora kosova che raccoglieva soldi e armi tra Chicago e il Bronx e li faceva arrivare in Kosovo attraverso l'Albania.

Non tutta la diaspora kosovara riconosceva un capo solo. In fin dei conti la resistenza kosovara di Pristina si era caratterizzata per decenni come dissidenza e non collaborazione non-violenta. Il dissidente e prigioniero politico Adem Demaci, era chiamato il Nelson Mandela kosovaro; il leader storico delle istituzioni parallele kosovare, mai riconosciute da Belgrado, Ibrahim Rugova, era un intellettuale più vicino a Gandhi che alla resistenza sui monti. Demaci si era sempre più isolato, Rugova si era “venduto” ai serbi nella speranza che si arrivasse a un armistizio. L'UCK si era via via affermato come l'unico baluardo di resistenza alle operazioni della polizia serba e dell'esercito jugoslavo.

Nel giro di qualche mese, un gruppo di trentenni ne prese il comando e, dalla Svizzera, iniziò a dirigere le operazioni professionalmente grazie ai soldi e le armi inviati dagli Stati uniti. Da Berna coordinava il tutto Hashim Tachi sul campo Ramush Haradinai. 

Vladimir e Miro, e altri agenti europei, dovevano far sì che il Montenegro non fosse coinvolto nel conflitto. I soldi per il Kosovo potevano passare, e in effetti grazie alla facilità con cui si corrompeva chiunque, di dollari e marchi tedeschi ne passavano in quantità ma, a parte le mazzette, in Montenegro non doveva restar altro. I montenegrini non avevano particolare interesse, o convenienza, a separarsi dalla Serbia, ma nel sud del Montenegro vive una comunità albanese che se debitamente attrezzata non ci avrebbe pensato due volte a invocare la volontà di unirsi ai kosovari, albanesi macedoni e a Tirana per poter finalmente raggiungere il sogno della “Grande Albania”. OK per il rest and recreation con tanti soldi, alcol e droghe, ma non armare la resistenza.

A queste operazioni anti-militari se ne aggiunse uno di tipo diverso, inusuale per tipi come loro. A entrambi infatti era stato chiesto di procurare visti d'ingresso verso la Federazione serbo-montenegrina per una serie di investigatori che avrebbero dovuto raccogliere le prove dei crimini contro l'umanità commessi dall'esercito serbo in Kosovo. L'ordine era arrivato per vie traverse da emissari della Commissione europea dopo che anche la Nato aveva dato il suo beneplacito. Entrare legalmente nella ex-Jugoslavia attraverso la Serbia era molto rischioso, arrivare a Pristina entrando dal Montenegro era molto meno complicato. Non solo tutti erano più facilmente corrompibili e con poco, ma la struttura governativa non esisteva praticamente più. Nel giro di pochi giorni si erano procurati un contatto al ministero degli esteri e dell'interno per garantire che, a strettissimo giro di posta, quei visti potessero esser stampati su passaporti consegnati durante la pausa pranzo e ripresi all'ora del caffè pomeridiano. 

Dopo aver preparato la via, nessuno dei due era più direttamente coinvolto, le operazioni erano svolte da un italiano che si presentò come un ricercatore consulente del Consiglio d'Europa, un certo Marco, o almeno così si faceva chiamare - gli italiani e i russi erano gli unici che non avevano bisogno del visto per entrare nella ex-Juvoslavia in quegli anni - che si recava prima al ministero degli interni e poi, stranamente, anche al "bar" di quello degli esteri, una stanzetta attigua al comando di polizia, per farsi mettere di nascosto i visti sui passaporti tedeschi, britannici e francesi che aveva nella tasca dei pantaloni. Una volta questo Marco non trovò il solito funzionario all'appuntamento e ci mancò poco che non lo fermassero. Era il giorno dopo la notte tra Adam e Evan. Marco, che non fu salutato in tedesco come al solito, e che ormai capiva le parole chiave della lingua locale, specie quando si parlava di lui, capita la mala parata riuscì a farsi suonare il telefonino e lasciò di corsa il ministero degli interni perché chiamato da un'emergenza. I postumi della notte tra Adam e Evan avevano quasi compromesso la missione perché il funzionario non era stato pagato per tempo. Marco stava per esser arrestato, e farlo uscire sarebbe costato molti soldi, se non un vero e proprio incidente diplomatico che, con tutto quello che dovevano fare per controllare i fiumi di soldi verso il Kosovo, era l'ultima cosa che gli serviva.

I postumi di quella notte a Podgorica erano ancora nell'aria quel pomeriggio nel bar Nede di Tiblisi. E l'aria si faceva sempre più pesa. Vladimir pensava di aver finalmente trovato un amico a Podgorica, qualcuno di cui potersi fidare e a cui confidarsi. E in effetti aveva pensato bene. Miro lo aveva sempre ascoltato con attenzione tenendosi per sé analisi, dubbi, commenti e critiche circa le operazioni che dovevano portare a termine e non l'aveva mai tradito. Mai. Lo aveva osservato e protetto a distanza per tutti questi anni. Aveva dovuto farlo. Gli occhi pieni di lacrime lasciavano capire che per Miro non si era trattato solo di un compito assegnatogli dall'agenzia. C'era anche qualcos'altro.

"So why are you here now?" chiese Vladimir che nel frattempo aveva voltato le spalle a Miro. Il silenzio lo fece girare e Miro non c'era più. Sul suo sgabello il biglietto da visita dell'hotel Intercontinental con su scritto a penna "Miro Yablaievich, room 911, dinner Friday 9pm". Vladimir finì la sua birra, pagò e uscì. Aveva bisogno d'aria e a Tiblisi il tempo era piacevole, l'atmosfera rilassata. Una Tiblisi così calma, pacifica e soprappensiero non l'aveva mai vissuta. Nelle sue puntate in Georgia, nelle lunghe attese prima che si presentasse il contatto o prima che scattasse l'ora x per lasciare le istruzioni o i soldi per alcuni degli operativi locali, aveva sempre pensato di come si sarebbe sentito sotto quel cielo terso se invece di dover scappare subito dopo l'incontro avesse potuto sedersi al sole e leggere un libro bevendo acqua gassata fresca. Quel giorno il cielo era azzurro intenso e il sole splendente. Di acque ce n'erano per tutti i gusti, anche di importazione, ma i suoi pensieri erano uno più cupo dell'altro. Miro, anzi Evan, era stata l'unica distrazione in 20 anni disciplinati. Autodisciplinati. Anni in cui aveva dovuto mettere in pratica tutto quello che aveva appreso in accademia ma anche tutti i trucchi imparati dai disperati con cui aveva avuto a che fare nelle guerre georgiane e in Bosnia o in Afghanistan. Mai fidarsi. Ascoltare sempre, mai parlare. Prendere appunti mentalmente. Imparare numeri e nomi a memoria. Mimare gesti locali e raffinare la pronuncia di parole chiave in decine di lingue. Mai parlare di sé. Assorbire tutto ma solo fino al momento dell'invio del contatto con la base poi andare oltre. Non riflettere. Non dubitare. Non criticare e, soprattutto, non lasciarsi coinvolgere. 


Il bar Nede non era lontano dal negozio dove lavorava Samra. Vladimir era ancora scosso dall'incontro ma decise comunque di passare da lei per raccontarle quello che gli era successo. Adom era un negozio di moda d'avanguardia. Era ricavato da una palazzina semidistrutta, forse dalla guerra forse dall'incuria. Era di mattoni a vista con delle grandi porte con colonne e stipiti in marmo trasformate in vetrine con vetri molto scuri. Il nome del negozio era scritto con un neon a caratteri maiuscoli – ADOM - 

Sunday, September 13, 2015

capitolo 2 first draft

La mattina del 19 novembre, il giorno dopo l'arrivo di Vladimir a Tiblisi, buona parte della città che conta aveva già letto il Wall Street Journal. Il quotidiano di New York aveva pubblicava un lungo pezzo, con tanto di foto, sulla storia di uno dei capi della resistenza armata al regime del dittatore siriano Assad. Nel giro di poche ore la notizia era diventata la più importante in tutto il paese: Tarkhan Batirashvili , un ex militare figlio di un georgiano e di madre kist, una popolazione di origine cecena che vive nella valle di Pankisi, si era definitivamente convertito alla religione della madre diventando in breve tempo convinto che occorresse difendere e promuovere l'Islam sunnita coll'uso della forza.

La Goergia è da secoli terra di guerrieri. L'orgoglio georgiano, la difesa della croce, anche della fede, dell'essere baluardo della cristianità in una zona di confine avevano sempre caratterizzato quella terra come un bastione dell'Occidente. Batirashvili aveva combattuto giovanissimo contro l'armata russa nella seconda guerra cecena tra l'estate del 1999 e la tarda primavera dell'anno successivo. Dopo esser sparito dalla circolazione per un po', s'era unito alle operazioni militari lanciate dal presidente Sakashvili all'ex occupante russo nell'estate del 2008 quando l'Ossezia meridionale e l'Abkhazia erano tornate ad affermare le proprie pretese indipendentiste con la forza grazie al sostegno di Mosca.

Nel 2011 l'ex sergente, deluso da come il suo esercito aveva condotto la resistenza all'invasione russa scomparve nel nulla. I suoi genitori, interpellati dal Wall Street Journal, avevano raccolto notizie frammentarie avute da alcuni cugini che vivevano in Giordania che avevano finalmente ammesso che nell'autunno di quell'anno Tarkhan si era trasferito in Siria dove in poco tempo, grazie alla sua esperienza militare, era diventato capo della fazione più violenta della resistenza siriana, una gruppo che iniziava a esser conosciuto perché ideologicamente con chiare ispirazioni religiose e pericolosissimi legami con reti terroristiche in tutto il Medio Oriente.

In un primo momento la sua brigata, composta per lo più di non siriani reduci principalmente dal conflitto in Libia dell'estate precedente, si erano unite alla brigata di combattenti Jaish al-Muhajireen wal-Ansar, brevemente affiliati all'armata che voleva stabilire uno stato islamico in Iraq e in tutto il levante. Il fondamentalismo non conosce ragione e presto le due fazioni da alleate diventano rivali. Il nemico del mio nemico è mio amico - e viceversa. Batirashvili guidava i suoi guerrieri col nome di Abu Omar al-Shishani - Un nome di battaglia comune ai convertiti e un cognome comunissimo nelle comunità cecene emigrate nel mondo arabo.

La notizia che un georgiano, un Batirashvili del villaggio di Birkiani con la sua lunga barba rossa, fosse a capo di un brigata di mujaideen per combattere una guerra lontano da casa aveva scioccato Tiblisi. In un paese dove le ferite inferte alla piena sovranità nazionale restavano ancora aperte, sapere che dei giovani patrioti, delusi dalla debolezza del proprio paese, avessero deciso di abbracciare cause lontane arrivando addirittura a trasformarsi in combattenti in nome di Allah, era come buttare del sale sopra le piaghe degli ultimi venti anni di conflitti armati nel Caucaso.

Non era però la prima volta che i georgiani dovevano confrontarsi con vicende di connazionali all'estero. Le gesta di Abu Omar al-Shishani aveva infatti suscitato lo stesso clamore dei due attentanti che tra maggio e giugno del 2013 avevano fatto 10 morti nel contingente georgiano in Afghanistan. Dal 2004 la Georgia, un paese che più volte aveva affermato d'esser pronto a divenire membro della NATO in chiave anti-Mosca, era presente sul teatro afgano con oltre 1500 militari parte di una missione di assistenza alla International Security Assistance Force, ISAF. I soldati georgiani erano stati dispiegati sia nella capitale Kabul che nei distretti di Nawzad e Musa Qala nella provincia meridionale dell'Helmand, la più pericolosa in assoluto sia per i combattimenti che per la lotta ai signori della droga.

La Georgia aveva in Afghanistan il più consistente dei contingenti dei paesi non NATO e aveva scelto di investire molto in quella missione con la speranza che il Consiglio atlantico apprezzasse la vicinanza all'Occidente premiando tanta generosità coll'ingresso nell'Alleanza contro le rimostranze sempre più prepotenti di Mosca. Come in passato, la Georgia, un po' come l'Albania, faceva comodo come argine a Oriente ma non come parte della famiglia dell'Occidente. Per non antagonizzare eccessivamente Mosca, il processo di adesione alla NATO era stato congelato sine die. Il pezzo del Wall Street Journal fece tornar in mente a Vladimir i pensieri che l'avevano accompagnato per un quarto di secolo tra i Balcani e il Caucaso.

La presenza georgiana in Afghanistan era già assurta agli onori della cronaca con la vicenda del sergente Giorgi Gigadze, scomparso in Helmand nel dicembre del 2012 e ritrovato morto con sul corpo evidenti segni di torture. Un evento tanto raro quanto misterioso, ancor più misterioso il fatto che nessuno avesse deciso di mantenere aperta l'inchiesta per capire il perché un sergente georgiano potesse rappresentare un nemico pericoloso, o un ostaggio prezioso, per i guerriglieri afgani. Le circostanze del rapimento e del ritrovamento del corpo non furono mai chiarite.

Vladimir era stato anche in Afghanistan per brevi periodi intorno al 2005. Se nascosta con una barba incolta e un turbante polveroso la sua faccia, come quella dei georgiani del resto, gli consentiva di infiltrarsi nelle comunità pashtun senza dare troppo nell'occhio. La sua missione era quella di tener d'occhio i traffici d'oppio una volta che questi lasciavano le regioni afgane del sud. Musa Qala era una zona che Vladimir conosceva bene: una zona pressoché desertica controllata dalla tribù degli Alizai dediti principalmente al florido traffico del papavero una pianta non autoctona introdotta nel paese verso la fine degli anni Settanta.

Nessuno di quelli che contavano un minimo in quella provincia poteva dichiararsi estraneo al commercio di tonnellate e tonnellate di materiale grezzo prodotto da decine di migliaia di contadini trattati come servi della gleba. Quel incredibile raccolto veniva raffinato in zona solo in minima parte e con una tecnologia datata, ereditata dai laboratori sovietici degli anni '80. Il grosso dei semi di papavero veniva trasportato dalle carovane dei baluci verso il Pakistan e l'Iran dove trovava la via dell'Occidente attraverso i porti franchi di Bandar Beheshti e Gwandar intrecciandosi coi traffici semi-legali delle mafie indiane e cinesi. I georgiani avevano la Kartuli mafia, una piovra potentissima, strutturata in rigide gerarchie e violentissima, temuta da quella russa fin dai tempi dell'URSS.

Quella del traffico dell'oppio afgano è un'operazione quasi perfetta, coordinata senza ricorso eccessivo alla tecnologia e basata prevalentemente sull'obbedienza delle catene di comando dei clan afgani e le complicatissime alleanze incrociate e variabili che da sempre rendevano quella parte dell'ex impero britannico impossibile da controllare, o espugnare, a chiunque. Per quanto la follia proibizionista avesse fatto spendere milioni di dollari nella ricognizione aerea, né i droni né i satelliti degli americani o degli inglesi riuscivano a distinguere un mulo che trasportava dello zafferano da uno carico di oppio e infatti, talebani o non talebani, ONU o non ONU, guerra alla droga o non guerra alla droga, la produzione di oppio in Afghanistan era rimasta stabile negli anni producendo il 90% del papavero necessario per lo stupefacente.

Vladimir non doveva interessarsi della fallimentare guerra alla droga, che in quegli anni, oltre che vittimizzare prevalentemente i contadini, rischiava di divenire una vera e propria guerra contro l'ambiente perché alle Nazioni Unite e alla Casa Bianca avevano deciso di esportare in Afghanistan la tecnica delle fumigazioni aeree che aveva avvelenato valli e fiumi in Colombia, Vladimir era in Afghanistan per indagare su alcuni sospetti relativi a presunte infiltrazioni criminali nelle truppe dell'ISAF e a un giro di corruzione legata proprio alla droga che era divenuta a tratti strutturale alla missione NATO. Troppo spesso infatti si verificavano 'incidenti' in cui venivano bombardati per errore obiettivi civili e, altrettanto troppo spesso, arrivava notizia della morte di militari occidentali in circostanze mai chiarite, proprio come quella del sergente Giorgi Gigadze.

Quando Vladimir aveva letto distrattamente del sergente gli erano tornati alla mente alcuni casi simili su cui aveva lavorato. Si trattava di vendette o regolamenti di conti che non avevano niente a che vedere con la missione di peacekeeping di cui facevano parte le vittime; eventi che, allo stesso tempo, non dovevano creare intralci alla nobile missione dei caschi blu. Dovevano essere indagate, dimostrate, individuati i responsabili e insabbiate. Nessuno dell'amministrazione civile non direttamente interessato doveva venirne a conoscenza e men che meno la stampa doveva dar risalto alla corruzione di certi "nostri ragazzi".

La tragica sorte del sergente Gigadze, gli attacchi ai militari georgiani nell'Helmand e la vicenda del jihadista georgiano di origini cecene gli avevano risvegliato ricordi che aveva cercato di seppellire nella parte più oscura della sua coscienza scossa per anni da tradimenti di ogni tipo e che non avrebbe più voluto frequentare. Per troppo tempo aveva obbedito a ordini che non condivideva e che gli erano sembrati creare le circostanza più distanti dalla possibile soluzione dei problemi o dispute che invece dovevano - volevano - andare a risolvere.

Negli ultimi anni, dopo aver preso micro-dosi di LSD quando era in California, si era dedicato alla meditazione per svuotare la mente da questo bagaglio ingombrante, l'equilibrio che aveva raggiunto era comunque molto precario. Esser invaso da ogni tipo di ricordi in un luogo che di per sé ne evocava già molti era un'esperienza difficile da gestire. Vladimir era a Tiblisi per quella che sperava fosse la sua ultima missione e il suo impegno principale era far passare il tempo senza che gli accadesse altro.

"Signor Ibramirovic, la signorina del negozio le ha lasciato un messaggio". Vladimir aveva scelto una pensione di quelle a condizione famigliare. Pochi clienti, atmosfera informale ed eccessivamente cordiale, buona cucina e, se non si stava attento, interminabili chiacchierate e bevute di vino casalingo fino all'alba. Certo il controllo era quasi maggiore che in un albergo internazionale, ma doveva dare quanto meno nell'occhio possibile. Aveva pensato di affittare un appartamento ma il suo russo non era più quello di una volta e col georgiano la sua lingua faceva a cazzotti. Qui nessuno si sarebbe troppo meravigliato che un giornalista eno-gastronomico volesse spender poco e gustare le specialità locali che iniziavano a esser rinomate anche in Europa o su internet.

"1830, Giorgi t'aspetta giù, seguilo senza troppe domande. Vestiti come ti pare". Puntualissimo Giorgi si presentò alla porta della pensione Belmon tutto rileccato. Avrà avuto 10 anni Giorgi, piccolo e coi capelli neri a spazzola, si muoveva scattante come se ripassasse mentalmente le mosse delle danze acrobatiche tradizionali che i ragazzini imparano fin dalle scuole elementari… "Vladimir? How are you? How are you? My name is George". Sembrava che il ragazzino si fosse preparato tutto il pomeriggio per quell'introduzione in inglese. "Nice to meet you Georgi. I'm fine, how about you?". "OK" disse il ragazzino e, con un sorriso di autocompiacimento, gli prese la mano orgogliosamente per uscire velocemente.

Georgi, col suo passo da ballerino, fece strada a Vladimir per vicoli strettissimi e bui stando attento a non rovinare i suoi pantaloni e scarpe nuove. Doveva compiere la sua missione nel minor tempo possibile perché sapeva che dove stavano andando ci sarebbe stato da aspettare e Samra si era raccomandata di portare Valdimir in negozio al massimo per le 1930. Salta e corri, in meno di 10 minuti, svicolando a destra e sinistra, arrivarono nel quartiere dove si trovano alcune ambasciate e dove, in un palazzo da poco rinnovato, Giorgi bussa con fermezza alla porta.

Dall'interno, una voce poco ospitale, dice che la porta è aperta. Il salone è pieno di gente che aspetta fumando e leggendo, a destra si sentono rumori strani per quella che sembra una casa. Giorgi senza preoccuparsi troppo di disturbare gli ospiti, trascina Vladimir in una stanza attrezzata a barberia. Vladimir capisce che non può opporsi, si siede e si abbandona alle sapiente mani del giovane barbiere, pieno di orecchini anche nel naso e tatuaggi che chissà cosa recitano in georgiano che, senza farsi troppi problemi, inizia a tagliare la lunga barba di Vladimir per poi passare ai capelli.

Vladimir era entrato in Georgia con un passaporto canadese, capelli e barba lunghi e tinti di castano e con lenti a contatto scure. Il barbiere taglia la barba con grande maestria lasciandone giusto una traccia come se fosse di due giorni. Poi si dedica ai capelli lasciandone poco più di un centimetro. Il taglio e lo sciampo riportano Vladimir a i suoi grigi. Senza lasciare a Vladimir il tempo per ringraziare o pagare, Giorgi dice "No pay. OK OK. Come come" e lo spinge fuori.

Vladimir di nuovo non oppone resistenza anche perché lo diverte la solerzia marziale del ragazzino. Immaginava che il piccolo Giorgi fosse pazzamente innamorato di Samra e che avrebbe fatto di tutto per farle piacere, anche trasformare un barbone in qualcosa di presentabile. Questa volta Giorgi è costretto a prendere vicoli ancora più stretti per arrivare d'un fiato in una stradina nascosta nella zona centrale dove si trovano i migliori negozi di Tiblisi. Non aveva l'orologio ma pensava che il barbiere avesse preso molto più del tempo a sua disposizione per il taglio.

Davanti alla porta di metallo nero opaco Giorgi bussò forte ma poi si ricordò che gli accordi erano altri e suonò un campanello a combinazione. Senza risposta la porta si aprì e un'ondata di profumo avvolse Giorgi e Vladimir. Giorgi ride e spinge Vladimir dentro. La giacca di velluto, i jeans scoloriti e gli anfibi stridono col grigio scuro e il nero e le luci violacee che arredano quel luogo dove angolo dopo angolo una musica elettronica li guida verso la luce.

Capitolo 1 first draft

Tiblisi non era mai stata così calda in ottobre. La gente sedeva ai caffè senza il cappotto, i ragazzi uscivano da scuola correndo in calzoncini corti e le ragazze andavano in giro con gonne sempre più corte e tacchi sempre più a spillo. Le strade erano bloccate da un ingorgo infinito, insolito per quell'ora del giorno. O così almeno pareva a Vladimir Ibramirov mentre s'incamminava verso la parte vecchia della città alla ricerca d'un posto tranquillo da cui poter osservare lo scorrere pacifico del fiume Kura.

L'ultima volta a Tiblisi c'era stato di passaggio nell'estate del 2000, ma la Tiblisi che aveva dentro, nel cuore e nelle cicatrici, era quella della guerra di 20 anni prima, quando si chiamava Igor Phrotas ed era stato mandato nel Caucaso per seguire da lontano Zviad Gamsakhurdia.

Quel che doveva essere un aiuto del "mondo libero" alla costruzione di una Georgia democratica dopo l'indipendenza dall'Unione sovietica si rivelò un fondamentale aiuto al ri-insediamento della vecchia guardia post-sovietica a Tiblisi e in tutte le altre repubbliche resesi indipendenti.

Da studente di lingua russa a Oxford, Vladimir aveva scoperto il musicista e poeta georgiano Merab Kostava che, per le vicinanza politica col dissidente Gamsakhurdia, nel 1977 era stato arrestato e spedito in Siberia da un ambizioso Segretario del partito comunista georgiano: Eduard Shevardnaze.  Le parole e le melodie di Kostava lo avevano sempre affascinato e commosso e fatto appassionare al Caucaso. Quando viveva negli Stati uniti aveva imparato a definire i bianchi con l'espressione politicamente corretta "caucasici" e, una volta arrivato nel Caucaso, capì perché: con la sua centenaria storia di guerre, violenze odii, miti, leggende e intrighi transnazionali racchiudeva l'occidente tutto.

Dappertutto, ma in Georgia in modo particolare, facce, suoni e pietre raccontavano la storia di chi era pronto a immolarsi per vivere finalmente libero. Caucasian voleva dire uomo libero.

Da anni viveva col pensiero di esser stato complice di un grande disegno contrario al motivo per cui era stato inviato in quella regione. Quello stesso Shevardnaze che scientificamente aveva scalato la gerarchia sovietica fino ad arrivare a esser il ministro degli esteri di Mikhail Gorbaciov, divenendo l'ambasciatore della glasnost e della perestrojka nel mondo, riuscì a far cambiare molte cose perché strutturalmente non cambiasse quasi niente. Grazie ai suoi trascorsi di capo della diplomazia sovietica negli anni finali della Guerra fredda, Shevardnaze aveva messo insieme una complicatissima rete di sostegni e trappole incrociate per creare il "pericolo Gamsakhurdia" che non poteva che esser gestito che con la forza e metodi oscuri.

Tra il 1990 e il 1993 Vladimir aveva passato settimane in Abkhazia, tra Sokumi e il fiume Kodori, sconfinando poi in Cecenia, per tallonare gli uomini di Gamsakhurdia che cercavano rifugio tra i sostenitori di Džokhar Musaevič Dudaev a Urus-Martan. La sua missione era quella di informare il quartier generale sui movimenti indipendentisti anti-Mosca che stavano organizzandosi a nord e sud del Caucaso all'indomani della dissoluzione dell'Unione sovietica. Vista l'importanza geo-strategica del Caucaso, il "mondo libero" non voleva trovarsi di fronte a una regione troppo libera e, quindi, tendente all'instabilità - il vero terrore per l'Occidente.

Occorreva osservare da vicino gli intricatissimi intrecci di alleanze incrociate tra quelli che, insoddisfatti della dissoluzione dell'URSS si stavano ribellando tutti insieme alla nuova Mosca di Yeltsin. Alleanze dove, ancor di più che durante la Guerra fredda, il nemico del mio nemico diventava mio amico, anche se solo per qualche mese prima di cambiare repentinamente idea e vendersi o al migliore offerente o al peggior ricattatore.

Grazie a quella sua quotidianità colla lotta per la libertà gli fu presto chiaro quale fosse la trama che una mano esterna con potenti alleati in giro per il mondo stesse tessendo ai danni delle aspirazione di milioni di persone che nel Caucaso volevano vivere a casa propria una vita libera, nella propria lingua e con le proprie tradizioni.

Quando all'inizio del 1994 fu richiamato in Europa perché al quartier generale si accorsero che stava divenendo troppo prossimo alle lusinghe rivoluzionarie, Vladimir capì che se non avesse obbedito immediatamente non avrebbe mai più abbandonato quelle terre. Capì che ci sarebbe rimasto, ma per sempre, proprio come le centinaia di amici che aveva incontrato durante la sua permanenza sulle spiagge sassose di Kelakhuri sul Mar nero, dove si risposavano dopo le notte sui monti abkazi, oppure a Girevi nelle valli del fiume Alazani, vicino al confine colla Russia, quando cercavano rifugio nei resti della vecchia fortezza abbandonata per fuggire alla Guarda nazionale georgiana che azzardava inseguire gli insorgenti dopo averli messi in fuga.

Camminando verso la città vecchia in quel tiepido ottobre, si accorse che Tiblisi che lo circondava in 20 anni era cambiata radicalmente. Tutta la Georgia, tutto il Caucaso erano cambiati radicalmente. Almeno in superficie. Ed era proprio della superficie che questa volta doveva interessarsi. Niente più intrecci, intrighi, depistaggi o vita nella macchia. Questa volta doveva aspettare un contatto per uno scambio e poi tornare immediatamente, e definitivamente, al quartier generale.

"Gaspadin Vladimir Ibramirovich?"
"Da"
"Zdravstvuyte, menya zovut Nino Gungadze"
"Bylo priyatno s vami poznakomit’sya"
"Mi avevano detto che parlassi russo ma non pensavo che non avessi accento"
"didi madloba, anche lei"

Mora con i capelli lunghi, alta, con una voce profonda, Nino Gungadze non era vestita come le altre ragazze georgiane. Non era appariscente. Non doveva esserlo. Soprattutto non era georgiana.

L'ultima volta che Vladimir aveva visto Nino lei aveva cinque anni, era bionda e si chiamava Samra Iretbegovich. Erano entrambi sfollati a Potgodirica dopo una lunga fuga verso il Montenegro attraverso i boschi della Bosnia meridionale. Samra era rimasta orfana fin dall'inizio della guerra iugoslava e viveva con la famiglia della cugina ungherese della Vojvodina Elena Futak, o Futog come si dovettero chiamare dopo che la polizia serba iniziò le persecuzioni.

Vladimir, all'epoca Igor, aveva conosciuto Elena a Sarajevo durante l'assedio. Era in Bosnia come giornalista ed Elena, che parlava inglese, lo aiutava come traduttrice. Arrivata in città da poco, grazie ai cugini aveva fatto subito amicizia cogli studenti universitari che l'avevano introdotta negli ambienti della dissidenza che presto si trasformò in resistenza. Le sere si ritrovavano nelle cantine ad ascoltare radio B92 e la BBC fumando puzzolentissime marlboro di contrabbando e bere l'ottima birra locale ascoltando musica suonata dal vivo con chitarre, bassi e batterie degli anni Settanta.

Anche Vladimir, che non fumava e che non poteva bere, alla fine divenne parte della banda. Grazie a Elena imparò quel minimo di serbo-croato che occorreva e ben presto si rese indipendente nelle sue interviste. Avere Elena con sé lo aiutava ad approfondire le ricerche che stava facendo ma concorreva a metterla in pericolo. Elena era ungherese, perfettamente bilingue, ma alle volte un leggera inflessione o una parola detta diversamente ne potevano mettere a rischio la sicurezza. Anche i tratti non erano angelici come quelle delle bosniache, la sua bellezza era altera.

La paranoia delle spiate ormai si stava insinuando dappertutto, chi aveva un nome diverso, un accento strano o una faccia che poteva esser di altrove, era sempre salutato con sospetto. Elena era alta, bionda e con gli occhi azzurri. Da piccola in Vojvodina giocava a pallavolo e il fisco sportivo le era rimasto. Faceva di tutto per non mettersi in mostra.

La piccola Samra adorava la cugina maggiore. I suoi genitori erano morti in un incidente stradale e la Famiglia Futog l'aveva adottata. Elena, che aveva poco più di 20 anni, le faceva da madre, le parlava in serbo-croato, o in bosniaco come bisogna dire oggi, ma quando poteva le parlava in ungherese. Era diventata la loro lingua segreta. Anche Vladimir aveva una bis-zia di origine ungherese ma non iugoslava, i suoi antenati von Haasz provenivano dalla Slovacchia. La vecchia zia Ilonka era scappata dopo il 1956 e, per quanto schiva e alcolizzata per la disperazione a seguito della fuga, aveva preso Vladush in simpatia e gli parlava sempre in ungherese. Gyere ide, vieni qua, gli echeggiava ancora come imperativo affettuoso. Quando andava a trovarla la zia non lo salutava mai, lo voleva subito al suo fianco per raccontargli storie mezze in tedesco mezze in ungherese, e alla fine in inglese, di un mondo che non esigeva più, dove la zia era ricca, era viziata, era bella, andava a ballare, andava in motocicletta, giocava a tennis colle amiche e dove gli ungheresi non dovevano piegarsi a parlare lo slavo in pubblico. La fuga l'aveva fatta diventare visceralmente anti-comunista, e Vladush era cresciuto anti-comunista, almeno quando era dalla zia. Quando la zia morì a quasi 90 anni, Vladimir decise di imparare il russo per combattere chi aveva ridotto in povertà i suoi antenati von Haasz mezzi nobili e mezzi di origine ebraica.

Gyere ide, gli disse Nino non appena Vladimir si alzò per darle la mano. Anche Nino era rimasta sempre affascinata dalla storie che la cugina Elena le raccontava per addormentarla e della vita prima della guerra in Vojvodina racconti che echeggiavano a tavola davanti a un gulas fumante o a una 

Palacsinta con la marmellata di albicocche e semi di papavero. 


Elena un giorno scomparve. Qualcuno informò la famiglia che era stata portata, anzi deportata, al campo Manjača vicino a Banja Luca. Fu Vladimir a scoprire che invece Elena era stata fucilata in un bosco durante una rappresaglia da parte di un gruppo di paramilitari trafficanti di armi legati alle terribili tigri di Arkan. A Vladimir, che tutti pensavano avesse una storia con Elena, fu detto da un boscaiolo che la banda di serbo-bosniaci aveva violentato Elena prima di fucilarla legata a Moh, un suo compagno di università col quale stava portando informazioni dell'intelligence canadese a un gruppo di resistenti bosniaci proprio nella zona di Banja Luka. Anche Mohamed fu umiliato e torturato. Nessuno dei due parlò. Di nessuno dei due fu mai trovato il corpo. Erano anni di esecuzioni sommarie e fosse comuni. Di molti bosniaci non s'è mai più trovata traccia.

Col suo "vieni qui", Nino aveva invitato Vladimir a nascondersi in un un portone della città vecchia perché stava passando un gruppo di russi che poco le piaceva e che il giorno prima era andato a far shopping nel negozio di moda Adom dove Nino lavorava da qualche tempo. Adom, nel centro di Tiblisi, era una delle mete preferite di un certo turismo in Georgia. Non solo i prezzi erano migliori di Istanbul, Beirut, Mosca, Baku o Tashkent, ma nel negozio erano ospitate le collezioni di stilisti emergenti che provenivano da parti del mondo conosciute solo per guerre fratricide ma che avevano iniziato a sfilare a Parigi. La sensazione fashionista del momento era il collettivo franco-bosniaco Agarovich.

Nino non aveva mai capito quale fosse la relazione di Vladimir con Elena. Sapeva che Igor era l'unico amico maschio che Elena avesse. Aveva visto la cugina carezzare teneramente le sue amiche, ma non l'aveva mai vista abbracciare un uomo. Per quanto fossero sempre insieme Elena e il giornalista che parlava la sua lingua segreta, in pubblico erano molto distanti. La piccola Samra era troppo piccola per capire molte delle cose terribili che le succedevano intorno. Quando la guerra divenne sempre più violenta e spietata Samra si rinchiuse in se stessa e smise di parlare. Degli ultimi giorni di bombardamenti a Sarajevo ricorda solo che il suo amico inglese le salvò la vita, e questo le bastava.

Da quando era stata informata che Vladimir fosse in città Nino immediatamente aveva capito che quella visita non era per "rest and recration". Diffidando anche lei da sempre dei russi, i protettori dei serbi che ammazzavano, pensò che fosse più prudente non farsi vedere dai suoi clienti - o da chiunque altro - con quello strano tipo in pubblico.

Vladimir aveva barba e capelli lunghi, tinti di scuro. Sembrava più giovane dei quasi 50 anni che aveva. Era vestito come un veterano dalla guerra del Vietnam. Jeans, anfibi, giacca sahariana grigioverde e una kefia afgana al collo che lo facevano sembrare più grosso di quanto in effetti fosse. Gli ultimi viaggi e la stanchezza iniziavano però a riconnetterlo con la sua vera età e i suoi bioritmi.

Nino gli lasciò un biglietto del negozio e lo invitò a passare a prenderla più tardi.

Viszontlátásra.
A dopo.

Vladimir arrivò fino alla fortezza Narikala da dove si vedeva la città accarezzata dal fiume Kura. Nelle rare notti di tregua dei primi anni Novanta, con gli amici Mamuka e Ivan, si ritrovavano in un anfratto delle mura della fortificazione del IV secolo a bere vino rosso fatto in casa e mangiare una versione povera di kachapuri, lo pane georgiano ripieno di formaggi e uova. In quelle notti, oltre che scambiarsi gli aggiornamenti dei movimenti delle bande filo-russe e ripassare i protocolli di comunicazione via radio o messaggeri, discutevano animatamente su quale sarebbe stato il futuro della Georgia e di tutto il Caucaso.

Tutti e tre erano ammiratori di Merab Kostava, ma era Mamuka in particolare che non smetteva mai ripetere che l'incidente stradale che aveva ucciso il dissidente georgiano il 13 ottobre del 1989 era una vera e propria esecuzione extragiudiziale, una consolidata tecnica utilizzata dal KGB per togliere di mezzo i dissidenti. Ufficialmente si trattava di uno scontro violento tra due auto nella strada che portava da Tiblisi a Kutaisi al quale, per l'appunto, sopravvissero solo quelli dell'auto che cozzò quella di Merab.

Il dissidente georgiano era stato arrestata più volte durante gli anni di dominio sovietico in Georgia, la prima nel 1956 a soli 17 anni per qualche mese, poi ancora nel 1977, quando Shevarnadze lo spedì insieme a Gamsakhurdia in Siberia. Kostava ci restò per ben 10 anni. L'ultimo arresto fu nella primavera del 1989, per 45 giorni, quando ormai l'URSS stava scricchiolando sempre più. Per motivi differenti, i tre amici facevano risalire il loro impegno in quella orribile guerra tra fratelli alle parole di Kostava. Un cugino di Mamuka aveva anche studiato al conservatorio col poeta e musicista e gli aveva insegnato alcune delle melodie che si accompagnavano perfettamente alcune delle liriche dell'intellettuale e dissidente georgiano. Non era prudente cantare o far troppo rumore in quelle notti. Anche se di tanto in tanto erano imposte delle tregue, specie nelle notti più fredde, i cecchini erano sempre in agguato. Era risaputo che alcuni dei più spietati si nascondessero proprio sulla torre in vetta alla fortezza e, per quanto le tregue di solito fossero rispettate, occorreva non esagerare con la distrazione perché il pretesto per un incidente era sempre dietro l'angolo. E di angoli nella fortezza ce n'erano molti.

Vladimir non aveva mai capito perché i georgiani, sempre in prima fila per nazionalismo e orgoglio linguistico, avessero adottato come proprio il nome "Narin Qala", piccola fortezza, dato dai mongoli alla fortezza quando arrivarono sulle rive del Kura intorno al 1220. Era pur sempre un inno alla potenza e alla resistenza dei giorgiani che astutamente l'avevano costruita dove il letto del fiume si faceva meno fondo e quindi, chiunque volesse avvicinarsi o fuggire per quella valle via acqua era bloccato da sorella rena.

Durante la guerra i bagni sulfurei di Abanotubani a pochi metri dalla fortezza erano chiusi, ma rimanevano comunque un luogo dove far incontri casuali. Nel giro di 500 metri dietro all'ammam della vecchia città si potevano trovare una moschea, una sinagoga e due chiese ortodosse una di rito occidentale e una orientale. Un passato mitico di armonia che consentiva la convivenza pacifica, ma anche prolifica visto che da Tiblisi passavano le comunicazioni e i commerci tra l'oriente e l'occidente per poi arrivare in Europa via Bisanzio.

Nella parte vecchia della città pochi vicoli separavano culture, religioni, tradizioni, lingue e alfabeti che avevano in comune solo la devozione a un unico dio. Nei giorni della guerra l'unico dio capace di aggregare sembrava esser l'odio per il nemico. Vent'anni dopo, l'unico dio sembrava invece essere il danaro e l'ambizione di costruire una nuova Georgia e proiettarla nel mondo con l'aiuto di architetti europei che con le loro opere avveniristiche avevano sfregiato il profilo della città con edifici che non solo non avevano niente a che fare con le tradizioni georgiane ma che testimoniavano come 70 anni di Unione sovietica avessero creato le condizioni per indebolire gli elementi di forza della cultura georgiana e avessero contribuito alla sostanziale erosione del gusto e dello spirito di originalità della culla dell'Occidente.






scena quarta del simon boccanegra Gabriele e Amelia http://www.intratext.com/IXT/ITA1647/_PC.HTM

Sì, sì dell'ara il giubilo

Contrasti il fato avverso,

E tutto l'universo

Io sfiderò con te.

Innamorato anelito

È del destin più forte,

Amanti oltre la morte

Sempre vivrai con me.